[ENG]                                                                                                                                                                               Un articolo di Andrea Di Gaetano pubblicato su www.presstletter.comAntoni GaudíImage Credits: Gaudí, I què es la veritat?

Non è un caso che sia Calatrava che Gaudì siano entrambi nati in Catalogna, la regione della Spagna nella quale è più presente una coscienza fortemente identitaria, l’orgoglio di forti radici locali affondate nei luoghi naturali di superba bellezza, nel gotico catalano, nel barocco.        Dall’arco a sesto acuto e le forme ogivali di ricordo islamico, alle volte paraboliche della Colonia Guell che, con i pilastri inclinati secondo il diagramma di carico, già fanno intravedere come sia possibile la sintesi tra un audace strutturalismo e il fantasioso biomorfismo di un’architettura espressionista.                                                                                                                                      L’influenza del luogo e della Natura formano la mente dell’architetto la cui opera, come afferma Gaudì, è simile a quella di un copista dei monasteri medievali, perché egli copia dalla Natura creata da Dio; in tal senso, per Gaudì il più importante libro d’architettura è l’albero del giardino del suo studio, dal quale trae tutte le idee che poi mette in pratica.
Tuttavia non è il caso di sopravvalutare l’influsso formale diretto di tali elementi.
Le soluzioni di Gaudì sono, raramente, l’espressione letterale di qualcosa di preesistente.
Gaudì diceva di se stesso: “io ho immaginazione, non fantasia”.
Immaginazione deriva da immagine: vedere la realtà delle cose, le cose come sono, non come la fantasia le elabora. In effetti bisognerebbe osservare la Natura con una certa innocenza; guardare la realtà per quello che è.
La Natura parla, offre soluzioni che l’architetto prende e inserisce nella costruzione perché sono spesso di facile intuizione ed applicazione pratica, in quanto l’analogia delle architetture con gli organismi viventi è strettamente legata alla verità costruttiva.
Gaudì riconosce che il femore è una magnifica colonna che permette di camminare. Se Dio avesse voluto fare questa colonna in una forma dorica, ionica o corinzia, l’avrebbe fatta; invece l’ha fatta nella forma di un iperboloide, perché funziona meglio, e per questo motivo ha usato tale forma per disegnare le colonne della facciata della Passione nella Sagrata Famiglia.
Tuttavia l’imitazione funzionale tende a ridurre le interazioni tra natura – architettura, architettura – uomo, a rapporti di semplice utilizzazione pratica per risolvere problemi funzionali analoghi, sul piano dell’astrazione, a quelli naturali.                                                                                                           Per evitare ciò bisogna fare in modo che l’uomo interagisca funzionalmente con un edificio, permettendogli di essere unito ad esso da una continuità visiva. Per quanto enorme possa essere una costruzione, essa prende contatto con l’osservatore attraverso una serie di dimensioni, alcune abbastanza piccole da essere direttamente rapportabili al corpo umano. Questi elementi architettonici a misura d’uomo servono da anelli di congiunzione fra l’abitante organico e la costruzione inorganica. La più esplicita applicazione di un simile principio la troviamo nel “Modulor” di Le Corbusier, il quale è una scala di dimensioni crescenti secondo le regole della serie di Fibonacci.                                                                                                                                                            “Per Le Corbusier, l’uomo e il mondo che egli edifica sono un’unità indivisibile. Appunto come l’uomo è un germoglio della natura, così l’edificio, il mobilio, la macchina, il quadro o la statua, sono germogli dell’uomo. Il costruttore e la sua opera sono interdipendenti quanto la chiocciola e la conchiglia. L’uomo, mediante le sue opere, dilata il proprio orizzonte; e le sue opere traggono il proprio significato dall’uso che l’uomo ne fa. Ne segue, per questa concezione romantica, che l’uomo e la sua creazione vanno concepiti come un unico organismo integrato. In tal modo l’uomo appare come sbocciato dalla natura secondo le intrinseche norme di quest’ultima, e in pari tempo come essere che applica a sua volta tali norme, con le proprie opere, alle sue emanazioni naturali”.
L’architetto, pur non tentando di imitare letteralmente la natura, né di pretendere che i suoi edifici ne siano i frutti, può concepire l’uomo come prodotto della natura. Da questo punto di vista, le creazioni architettoniche dovrebbero conformarsi alla natura ed essere formate al modo della natura.                                                                                                                                                                     Gli edifici dovrebbero “sbocciare dal paesaggio nell’immagine dell’albero”, come diceva Frank Lloyd Wright, e magari inclinare verso forme biomorfiche, anziché geometriche.
Per quanto completa dal punto di vista formale, una costruzione rivela il suo pieno significato solo in presenza dell’uomo. Gli oggetti architettonici, secondo un aspetto utilitaristico, servono gli individui, ma è anche vero il contrario, ad esempio folle di persone arricchiscono, e a volte completano, la struttura architettonica, conformandosi ad essa e quindi diventandone parte.
È interessante a riguardo la storia di un principe indiano che impiegò molti anni a costruire la più bella tomba del mondo per la sua adorata moglie. Completata l’opera vi fu portata la bara della donna, che però disturbava l’armonia del sepolcro e così il principe ordinò di toglierla.
La costruzione era diventata un monumento talmente autosufficiente che non poteva più soddisfare la funzione che si era prefissa.
Naturalmente, questo rappresenta un caso limite che mette in guardia il progettista dal perseguire un obiettivo puramente estetico, ritenendolo prioritario rispetto agli altri di cui ne trascura l’importanza; un atteggiamento, questo, che rappresenta esattamente l’opposto del funzionalismo architettonico, che spiegava la forma come conseguenza meccanica di un certo funzionamento.
Brillanti esempi di sintesi fra funzione ed estetica ci vengono forniti dal mondo naturale e le nuove conquiste della biologia offrono oggi un prezioso aiuto per approfondire questo campo di ricerca.

2 comments
  1. Dear Andrea and Fabrizio,

    I’m quiet sure the photo on the background, with the phrase “I que es la veritat” is one of my photos published in Flickr. I understand this blog is not used to make any kind of profit, but at least you could ask for permission to use the photo, photoshop it and place a hyperlink to the original one(s).

    Regards,

    Olga Perdiguero

  2. Dear Andrea and Fabrizio,

    I’m afraid I now have to apologize as I have just seen now that you have indeed placed a link to hyperlink to the photo in http://www.Trekearth.com which I didn’t see before. I am quiet careful with my photos and I’ve had some problems with companies placing them in their websites without previous consent. I just didn’t see you put the link below it.

    My most sincere apologies again. In any case, please feel free to use any of my photos in your blog.

    Regards,

    Olga Perdiguero

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