[ENG]                                                                                                                                                                               Un articolo di Andrea Di Gaetano pubblicato su www.presstletter.comMaurizio Cattelan Dito Medio (L.O.V.E)Image Credits: Dito Medio (L.O.V.E)

Con una certa periodicità, ormai, si leggono dichiarazioni rilasciate da illustri personaggi del mondo dell’arte che confessano il loro disagio di fronte alla produzione contemporanea.
La prima riflessione che mi viene da fare è come mai siano, quasi esclusivamente, gli stessi addetti al mestiere ad autodemonizzarsi ed a farlo non siano invece i tanto sopravvalutati critici, la cui professione, purtroppo, assomiglia sempre più a quella di promoter.
Ultimo in ordine di tempo è Charles Saatchi – il più influente e spregiudicato collezionista d’arte contemporanea – che sulle colonne di The Guardian definisce un mondo imbarazzante, stordito da ignoranza, da approssimazioni, da superficialità. Ostentando un rinnovato moralismo si scaglia contro i critici – “raggiungono alti livelli masturbatori di autostima” – e il pubblico – “pensa alle mostre come riti mondani” – senza tralasciare anche i collezionisti e i curatori – “il luogo dove si celebrano questi vizi è Venezia. Recarsi alla Biennale è come andare a St. Barts a Natale o a St. Tropez in agosto: un appuntamento obbligato per chi ama frequentare un giro vertiginoso di glamour, passando da un party a un altro”.
Manovra commerciale? Può anche darsi! Resta comunque il dubbio che, in un momento di lucida autocritica, possa aver effettivamente detto quello che pensava e si sia fatto interprete di uno stato d’animo insofferente verso l’arte contemporanea.
Ecco allora che appaiono più chiare le parole di Maurizio Cattelan – “l’artista italiano contemporaneo vivente più famoso al mondo dal tempo di Leonardo o, senza esagerare, dai tempi di Federico Fellini”, secondo Francesco Bonami – quando afferma di voler smettere o, ancora meglio, quando qualche anno fa si dichiarava morto. E come non citare Philippe Starck – uno dei designer contemporanei più famosi al mondo – che, vergognandosi di fare questo lavoro, chiese addirittura scusa “per essere stato un produttore di materialità” definendo la sua professione “un’orribile forma espressiva”.
E in Architettura? Da anni si ripetono esattamente le stesse cose, con il leitmotiv del Vecchio che demonizza il Nuovo. Abbiamo così Isozaki che tre anni fa dichiarava: “A partire dal 1985, potrei dire dalla Biennale di Venezia di quell’anno, si è cominciato a costruire tutto al computer. Così i giovani architetti non disegnano più, creano bellissime archisculture che nella maggior parte dei casi sono destinate a rimanere tali solo nell’immaginazione, senza diventare realtà” – strano come la Biennale continui ad essere presente in questa argomentazione – e prosegue affermando che l’architettura è morta e che “i giovani vogliono occuparsi soprattutto di design, hanno perso quell’idea di progetto classico, alla Brunelleschi che non a caso costruiva i propri edifici guardando alla classicità e direttamente sul cantiere…” bla bla bla.
Ancora una volta la classicità come modello, e poi ci si lamenta che Chipperfield sarà il direttore della prossima Biennale di Venezia – gira e rigira sempre qui si ritorna!
Potrei citare altri illustri esponenti del panorama architettonico che hanno dichiarato morta l’architettura, ma – sarà un caso? – molti di loro sono defunti, gli altri sono più che ottantenni e alla fine non aggiungerebbero nulla più all’argomentazione se non continuare a girare il dito sul concetto di modernità come incentivo alla qualità dell’architettura.
Mi viene quindi spontanea un’altra riflessione. Nell’Arte e nel Design artisti sulla cresta dell’onda iniziano ad avere dei ripensamenti sulla loro produzione artistica, abbandonando facili trovate, provocazioni effimere, ed intraprendendo una strada verso l’Età dell’autenticità – come Edward Docx l’ha definita.
In Architettura, invece, questa ventata di aria fresca viene presa a pretesto dagli architetti di qualche generazione fa per abbandonarsi ad inutili sentimentalismi dei tempi passati.
Sarà un caso se l’ultima – vorrà davvero smettere? – mostra di Cattelan è stata organizzata al Guggenheim di New York?
Magari è una coincidenza e tutto quello che è stato scritto finora è una trovata pubblicitaria… o forse no!

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