[ENG]                                                                                                                                                                                 Un articolo di Andrea Di Gaetano pubblicato su www.presstletter.comEpigoni di Frank GehryImage Credits: Epigoni di Frank Gehry

Per affrontare questo argomento in maniera credibile bisogna domandarsi da dove nasca questa moda, che sta registrando un sempre maggiore interesse anche in ambienti accademici, del design parametrico.                                                                                                                                                Il concetto di parametrico è sempre esistito nel pensiero ingegneristico/matematico; chiunque conosca un ingegnere sa quanto si vantano del tempo “perso” a definire un algoritmo per far trovare ad una macchina soluzioni sperate.                                                                                                                Ma allora perché tutta questa pubblicità su un argomento “non nuovo”?                                         Perché l’architettura ha scoperto solo in quest’ultimo decennio come utilizzare strumenti lasciati da parte per così tanto tempo?                                                                                                                                La risposta potrebbe essere più semplice di quanto pensiate e potrebbe persino risiedere in un famoso luogo comune che vede gli ingegneri primeggiare sugli architetti per impegno e dedizione allo studio.                                                                                                                                                          Sarà un caso se l’improvvisa attenzione sul design parametrico si sia iniziata a diffondere, in ambito architettonico, parallelamente, e con uguale successo aggiungerei, alla messa sul mercato di software che ne semplificano l’approccio alla progettazione? Non sarà forse che un’interfaccia grafica più intuitiva abbia sollecitato anche il più pigro degli architetti a cimentarsi con concetti quali algoritmo, parametrizzazione, ottimizzazione, dai quali prima preferiva starsene alla larga non avendo la benché minima nozione riguardo alla programmazione in C… etc. etc. etc.?                 Sfido chiunque ad affermare il contrario, così come scommetto che in questo campo, ancora tutto da esplorare dagli architetti, si continui a navigare a vista, senza avere né un background su cui basare le proprie scelte né una destinazione chiara, essendo i limiti di questa disciplina ancora ignoti.                                                                                                                                                                       Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: soluzioni formali a cui prima non si pensava, o che forse nessuno aveva il coraggio di proporre, sono improvvisamente diventate facili da disegnare e realizzare; quindi perché non approfittarne? Nascono così forme che affascinano il progettista e che vengono riadattate a costruzioni… edifici che sembrano oggetti di arredo e cappelli che sembrano architetture!!!!!                                                                                                                                         L’architetto ha delle responsabilità sociali nel momento in cui realizza un’opera, a qualsiasi scala essa si collochi, ma i buoni architetti stanno via via venendo meno a questo compito, spesso disinteressandosi del futuro della città e comportandosi come bambini a cui hanno messo in mano un giocattolo che non conoscono e che non sanno come usare… e quindi come si comportano? Giocano, naturalmente, e abbiamo edifici che assomigliano a bolle di sapone, ciottoli di fiume, e chi più ne ha più ne metta.                                                                                                                     L’architettura digitale sta facendo scomparire l’idea di un’architettura artigianale, che ha bisogno di nulla più che una matita e un pezzo di carta per nascere dalla mente dell’architetto.                           Un progetto che nasce dalla mente del computer! È questo il futuro dell’architettura?                         La spiegazione di un progetto non contempla quasi più il processo mentale dell’architetto, quanto piuttosto il processo evolutivo del computer alla ricerca dell’optimum, dal bioclimatico allo strutturale.

Nota a margine                                                                                                                                                    Sia chiaro, io non critico il design parametrico ma l’uso che ne viene fatto.                                     Penso che saper usare certi software a certi livelli non è roba da poco e proprio perché c’è talmente tanto lavoro dietro che poi non si ha tempo per gestire la qualità architettonica del risultato finale.    È come un tecnico che passa anni a costruire una macchina fantascientifica con lo scopo di raggiungere determinati risultati e quando ci riesce mostra al mondo ciò che quella macchina ha prodotto; lui sarà di sicuro soddisfatto del risultato raggiunto perché sa tutto il tempo che ha speso per costruirla, ma coloro che osservano superficialmente quel risultato iniziano a dire: “eh ma questo andrebbe fatto così”… “non è che mi interessi”… “a me non piace”… etc. Allo stesso modo chi fa certa architettura è più concentrato su questioni strutturali, climatiche, acustiche o semplicemente formali, e sono aspetti comprensibili a mio avviso ma che io non condivido se non vengono inseriti in un concetto più ampio di Architettura, altrimenti si rischia la ripetizione di opere simili tra loro, le quali, piuttosto che essere pensate per le persone, diventano una semplice espressione tecnica-artistica.

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